Università, governo Renzi e blocco salariale

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Categoria: Comunicati Stampa

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Il Governo Renzi ha recentemente affermato di voler prorogare
, ancora una volta e in continuità con i governi Berlusconi/Tremonti, Monti/Grilli, Letta/Saccomanni, il blocco salariale nelle pubbliche amministrazioni. Nell’ambito universitario (settore non contrattualizzato per i docenti, teoricamente a tutela dell’importanza e della specificità delle funzioni, come ad esempio per la polizia e la magistratura; quest’ultima è però esente dal blocco) il provvedimento è particolarmente iniquo poiché colpisce in maniera assai maggiore i più giovani, verso i quali il danno economico è percentualmente più duro e, inoltre, si protrarrà lungo tutta la carriera. Fonti non certo indulgenti nei confronti dell’Università pubblica, come il Sole24Ore, avevano stimato nel 2010 in CENTINAIA DI MIGLIAIA di euro il danno economico per un giovane docente con la prospettiva di 30 anni di carriera. Poiché la cifra si riferiva ad uno scatto, il protrarsi della misura per molti anni porta quella cifra a livelli ASSOLUTAMENTE INSOPPORTABLI. In sostanza un PESANTISSIMO MUTUO FORZATO che durerà tutta la vita, mentre la crisi economica dovrebbe sperabilmente avere orizzonti più limitati, anche grazie alla tutela del potere d'acquisto dei salari.

Come Rete29Aprile CHIEDIAMO al governo Renzi di recedere dall'intenzione di rinnovare il blocco degli stipendi nell'ambito dell'amministrazione, poiché si tratta di una misura che colpisce in modo particolare i più giovani, finisce per smentire l'intenzione più volte espressa di valorizzare la ricerca ed è già stata applicata per troppi anni, contribuendo a quella riduzione della domanda che è una delle cause della crisi del paese.

 

Qualora il governo Renzi si dimostrasse insensibile a questi elementi di fatto, in subordine domandiamo la chiarezza e la trasparenza che avevamo già chiesto, inascoltati, a Tremonti/Berlusconi (vedi cliccando qui):

  • di convertire (almeno per l’Università) il taglio degli scatti stipendiali, per identico ammontare, in una “tassa di solidarietà” che abbia durata certa e definita.
  • che alla conclusione del periodo della crisi le curve stipendiali vengano ripristinate rispetto al periodo pre-crisi, in modo che il prelievo abbia la durata della crisi e sia finalizzato a contrastarla, evitando di trasformarsi un contributo vitalizio dalle finalità incerte.

Chiediamo anche che, per onestà intellettuale, il provvedimento “80 euro” – che condividiamo – non venga più definito dal Governo o dai media come “i soldi di Renzi” o come “gli 80 euro che il governo ha dato”, ma come il “contributo di solidarietà da parte dei lavoratori dello stato e delle amministrazioni”, o, con una formula più coincisa, “il contributo dei  dipendenti pubblici”, poiché si tratta di risorse ampiamente reperite grazie al taglio pluriennale dei loro salari che (cosa ai più non nota) SI RIPETE DA DIVERSI ANNI. Il contributo delle stesse persone che, giornalmente, vengono utilizzate (talvolta anche dal governo) come capro espiatorio di decenni di pessime decisioni da parte dei vertici politico/amministrativi e che, nonostante ciò, continuano con passione e responsabilità, anche se in forte carenza d’organico e a fronte di ripetuti tagli alle dotazioni e alle attrezzature, a svolgere i loro compiti fondamentali per il Paese. Una prima riforma a costo zero sarebbe il rispetto e la difesa di chi, a vantaggio della comunità, lavora ogni giorno in condizioni difficili.

In attesa che queste richieste di buon senso siano accolte, e nelle more della preparazione di iniziative specifiche nell’Università, invitiamo tutti i lavoratori degli Atenei ad aderire alle iniziative degli altri settori, iniziando dallo sciopero in via di definizione da parte delle forze dell’ordine.

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